Hervé Koubi è uno dei coreografi più affermati della scena contemporanea, noto per il suo lavoro potente e innovativo con la Compagnie Hervé Koubi. Sabato scorso, davanti al pubblico di Tortona, Hervé ha condiviso un frammento intimo della sua storia, rivelando come le sue origini franco-algerine abbiano profondamente influenzato la sua arte. Nato in Francia, Hervé è cresciuto con l’idea di appartenere a una cultura francese, un’identità riflessa anche dal significato del suo nome, “francese”. La sua svolta personale e artistica è arrivata quando, spinto dalla curiosità sulle sue radici, ha iniziato a esplorare il significato del suo cognome, Koubi. Questo viaggio di scoperta lo ha portato a trovare vecchie fotografie dei suoi bisnonni e a svelare una verità inattesa: le sue
radici erano profondamente arabe.

Da questa ricerca, non solo genealogica ma anche culturale, è nato il linguaggio unico della sua compagnia, che combina virtuosismi atletici, danza contemporanea, acrobazie e influenze delle danze tradizionali e urbane. Attraverso le sue creazioni, Hervé Koubi esplora temi universali come l’identità, l’appartenenza e l’unità, cercando di unire le persone attraverso il linguaggio universale della danza. Di seguito, una breve intervista che ci permette di approfondire le sue varie sfaccettature.

Un contemplativo della danza

Caro Hervé, dopo il tuo bellissimo discorso in italiano (per il quale nutro la mia più profonda ammirazione!), mi sembra che tutti noi abbiamo avuto l’occasione di conoscerti un po’ meglio,
scoprendo qualcosa sul tuo passato e sulle tue origini. Il tuo lavoro parla sicuramente molto della vita interiore del creatore. Vorremmo sapere di più su Hervé Koubi, il creatore, e Hervé Koubi, la
persona. Dove inizia la storia d’Hervé con la danza? Come l’hai scoperta?

Ho iniziato a ballare in modo del tutto banale. Mia sorella, che aveva cinque anni più di me, doveva occuparsi di me ogni mercoledì e sabato pomeriggio. Si dedicava molto alla danza e mi portava con sé. Io rimanevo ai lati, a guardare le lezioni, e credo che tutto sia iniziato lì, non danzando ma osservando, sognando, immaginando un giorno di portare la danza in scena. Credo che, per questo motivo, mi si possa definire più un contemplativo della danza, anche se ho avuto la fortuna di ballare in grandi compagnie in Francia.

Riunire le persone attraverso la danza

Qual è il cuore della compagnia? Cosa ti ha spinto a creare spettacoli di danza e un ensemble?
Amo riassumere il mio lavoro di coreografo con l’idea di riunire le persone attraverso la danza, semplicemente. Rimango affascinato dal potere che la danza e l’arte, in generale, hanno di unirci,
al di là delle nostre appartenenze nazionali, religiose o sociali.

Una storia d’amore con tutti gli stili di danza

Il tuo linguaggio di movimento è davvero unico: acrobazie, danza contemporanea, danza di strada. Perché hai scelto questo linguaggio? Cosa offre?
Questo linguaggio è il frutto della mia storia d’amore con tutti gli stili di danza che mi hanno toccato durante la mia carriera. Dalle danze tradizionali al balletto, alla danza jazz, fino alla danza di strada e all’acrobatica. È difficile dire perché ho scelto questo linguaggio: non l’ho scelto, è semplicemente il mio. È il risultato di un intreccio di estetiche e tecniche diverse. Penso che questo linguaggio mi rappresenti, perché io stesso sono il frutto di un meticciato, per via delle mie origini. È vero anche che la mia danza è molto energica, molto atletica. Preferisco definirla virtuosa. Mi sono innamorato della danza perché la trovavo virtuosa: mi permetteva di fare cose straordinarie, nel senso letterale del termine. Credo di aver mantenuto questo amore per la danza come elemento virtuoso, che ci eleva sia come danzatori sia, di riflesso, come pubblico.

Intervista a Hervé Koubi - foto

La compagnia

La tua compagnia conta 16 danzatori uomini, tutti straordinari. Come hai trovato i primi membri della compagnia? Cosa cerchi in un danzatore?
Faccio il coreografo da 25 anni. All’inizio incontravo i miei danzatori attraverso audizioni. È ancora così oggi. Durante la mia carriera, ho avuto l’opportunità di andare in Algeria per la prima volta, come ho raccontato al pubblico prima dell’apertura del sipario. Per fortuna, oggi ci sono i social network, e così ho potuto diffondere l’informazione che stavo cercando danzatori. È stato così che mi hanno incontrato danzatori autodidatti, che non provengono da scuole di danza. Era il 2009, un vero punto di svolta nella mia carriera e nel mio modo di conoscere i danzatori. Ha influenzato anche la mia scrittura coreografica, che dal 2009 è diventata ancora più contaminata da tecniche diverse. Fin dall’inizio della mia carriera, la mia danza è sempre stata un mélange, perché già nella mia prima creazione, nel 1999, desideravo integrare nella mia compagnia danzatori di strada, acrobati e artisti con background differenti.

Il palcoIntervista a Hervé Koubi - foto

Nel backstage hai detto che preferisci un palco piccolo a uno grande. Crea una sensazione diversa, e Tortona non è certo un grande palco o una grande città. Trovi differenze nelle reazioni tra il pubblico delle grandi città e quello delle piccole città?
Per me non esistono “piccoli” teatri o “piccole” città: ogni volta è un incontro con il pubblico. Amo particolarmente gli spazi limitati, perché, dato che il mio obiettivo è unire le persone attraverso la danza, trovarsi in spazi ristretti costringe i danzatori a prestare ancora più attenzione agli altri. Per me, danzare insieme non significa danzare all’unisono, ma che ognuno segua la propria partitura, incontrandosi e rispettando lo spazio dell’altro. Gli spazi più piccoli mettono in evidenza questa idea, che è centrale nel mio lavoro.

Offro un punto di vista

In che modo ritieni che il tuo background abbia influenzato il modo in cui vedi il mondo? Qual è la lezione che vorresti trasmettere?
Odio l’idea di impartire lezioni a qualcuno attraverso il mio lavoro. Offro un punto di vista, spero sensibile e il più aperto possibile. Mi piace l’idea di costruire, non di distruggere. Ho bisogno di riunire le persone, ed è una necessità per me farlo attraverso il mio linguaggio, la danza. Lo faccio con i miei spettacoli e cerco di condividerli con il maggior numero di persone possibile.

“UFO” nel panorama coreografico francese

Come pensi che sia cambiata la percezione della danza negli anni? Le tue esibizioni hanno suscitato polemiche?
Non ho mai avuto la sfortuna, o forse la fortuna, di suscitare polemiche. Credo che un artista che provoca controversie non sia necessariamente un cattivo artista; anzi, può essere positivo. Per quanto riguarda me, nel mio Paese sono uno dei coreografi che fa più tournée all’estero, che impiega il maggior numero di ballerini, che realizza il maggior numero di spettacoli e che dedica
molto tempo all’azione culturale: incontri con il pubblico, giovani, anziani, anche in quartieri difficili. Eppure, siamo una delle compagnie meno finanziate dal nostro Ministero della Cultura. Credo di essere un vero e proprio “UFO” nel panorama coreografico francese. Penso di pagare un prezzo troppo alto per la mia libertà creativa. In altre parole, non sono mai stato, e non sono tuttora, un coreografo “alla moda” in Francia, e dubito che lo sarò mai.

E’ il significato che il pubblico attribuisce alle mie creazioni

Per il pubblico che si sta avvicinando alla danza, quali chiavi di lettura suggeriresti per comprendere le tue opere?
Perdonami, ma non risponderò direttamente alla domanda. Per me non si tratta di una comprensione intellettuale. Non c’è bisogno di avere delle chiavi di lettura. Credo che la cosa più importante sia che il pubblico si conceda di comprendere e ricevere ciò che può o che desidera ricevere da uno spettacolo. Nell’arte contemporanea, un’opera può essere interpretata in molteplici modi. Sono consapevole che il mio lavoro ha una certa accessibilità, forse per il suo lato virtuoso e spettacolare. Tuttavia, la cosa più importante è il significato che il pubblico attribuisce alle mie creazioni. Questo potrebbe sembrare eccessivo, ma per me la questione è l’amore, con la A maiuscola, quando si tratta della relazione con il pubblico. Se esiste una comprensione o una chiave di lettura, allora deve passare attraverso il cuore. Essere toccati, in positivo o in negativo, è l’inizio della comprensione.

Sono molto “vecchia scuola”

Hai qualche mentore nella danza o compagnie che ammiri particolarmente? Cosa consiglieresti al pubblico di non perdersi assolutamente?
Tutti gli artisti più grandi ed esperti di me sono, in un modo o nell’altro, miei mentori. Non mi piace l’idea di avere un unico mentore. Certo, ci sono personalità della danza a cui devo più di altre, ma tutti noi facciamo parte della stessa grande famiglia. In questo senso, sono molto “vecchia scuola”: credo che ogni artista della danza del passato abbia avuto un approccio unico, e siamo tutti in debito con loro. Permettetemi di citare un grande maestro che ammiro particolarmente: Jean-Christophe Maillot, direttore dei Ballets de MonteCarlo. Lo stimo moltissimo, sia come artista che come persona.

Il mondo di oggi ha bisogno di essere riparato

Hai un’ispirazione che non ti stanca mai: una poesia, un film, una performance?
È difficile rispondere, perché ci sono molte cose che mi commuovono e mi ispirano. Voglio però riportare questa risposta su un piano più scientifico: rimango sempre affascinato dalla natura, sia
nella sua dimensione microscopica che su scala cosmica, incommensurabile. Infine, vorrei condividere un aneddoto che trovo particolarmente ispirante. Una volta, a un ballo, vidi un anziano arrivare zoppicando sulla pista da ballo. Poi, quando iniziò a danzare, smise di zoppicare. La danza guarisce. Il mondo di oggi ha bisogno di essere riparato, e mi piace pensare che la danza sia ovunque, che possa toccare tutti e che, se non può salvare il mondo, almeno possa ripararlo un po’.

Prossimi appuntamenti

Grazie infinite per il tuo tempo e la tua disponibilità. Spero di rivederti presto, e sappi che Tortona sarà sempre felice di accoglierti!

Quest’anno la compagnia si può ancora vedere in diverse località prestigiose: il 7 dicembre 2024 a Cargèse, in Corsica, con Sol Invictus; il 10 dicembre 2024 a Esch-sur-Alzette, in Lussemburgo,
sempre con Sol Invictus; il 12 dicembre 2024 al Beausobre in Svizzera con Ce que le jour doit à la nuit; e infine il 20 dicembre 2024 a Fleury-les-Aubrais con Boys Don’t Cry. Un calendario ricco che offre la possibilità di immergersi nella potenza e nella poesia delle creazioni di Hervé Koubi.

Lo spettacolo fa parte della stagione “We Speak Dance” della Fondazione Piemonte dal Vivo.
Testo: Anastasia Grigore
Foto 1: Pierangela Flisi
Foto 2: Hervé durante le prove a Tortona