Considerazioni personali su “Di spalle a questo mondo”
Finalista del Premio Strega 2025 e Vincitore del Premio Campiello, “Di spalle a questo mondo” è un libro che sinceramente e purtroppo non mi ha particolarmente entusiasmato, non mi ha trasmesso quelle emozioni che mi sono immaginato leggendo la quarta di copertina. Una trama invece originale e un’ambientazione che nel complesso ho apprezzato!
E’ stata una lettura veloce e forse non mi sono goduto appieno ciò che l’autrice voleva trasmettere al lettore.
La trama
Se è vero che ogni esistenza viene al mondo per incarnare un dramma, quello di Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova è tra i più dolenti e irriducibili: è il dramma dell’imperfezione. Fin da bambino Ferdinando ha odiato la morte al punto da fare della salvezza la sua ossessione di medico. Ma una vocazione così grande, scontrandosi con le iniquità subite, non può che fallire e trovare casa nella follia. Olga nella sua infanzia a Rostov, ha dovuto misurarsi proprio con l’alienazione materna, quintessenza di Storia e fragilità. Unico scampo da essa la fuga, frenata da una radice nascosta sotto la neve e dalla zoppia, che diventa destino e comunione con l’imperfetto.
Ma si può vivere a un passo dall’ideale? Ferdinando dal buio della sua ratio opacizzata, continuerà a salvare asini e pupi; mentre Olga, pur guarita dalla scienza e dall’amore di Ferdinando, tornerà a claudicare. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? La domanda che Olga rivolge al pittore Edoardo Dalbono è sintesi di una irreparabilità e di una caduta che restano perenni.
Prologo de “Di spalle a questo mondo”
Sono nella camera da letto, al primo piano della torre. Ascolto queste pietre. Hanno cominciato a parlare tredici anni fa, quando Ferdinando è morto. Non lo so se sono sanificate o maledette. Me ne meraviglio a ogni momento. So che Ferdinando le ha fatte innalzare per imparare a morire. Non dico “mio marito”. Non basterebbe. Le pietre mi sgridano, vogliono essere eterne, dicono che devo chiamare Ferdinando sole, notte, padre dei miei desideri, caduta, amore. Oggi il giardino è muto. Non sento più gli uccelli, né il rumore del vento. Non ne sento la profondità fisica. E’ già una forma di inesistenza? Se è così mi arrendo facilmente. Sono vecchia, adesso. Più brava a sottrarre. Via, via. E’ questa la parte essenziale. Essere in ginocchio, non nominare le vecchie attrazioni. Il 1904, quest’anno che non mi dà niente, è l’ultimo per me. Lo sento. Sento carne e ossa sotto i colpi di una mazza. Sento l’enormità e la debolezza del mio respiro. La torre fino alla merlata, dice che questo è un addio. Lassù non salgo da mesi. Prima ci andavo per spiare il ritorno di Ferdinando. Non smettevo di aspettarlo. Ora ho capito. Raggiungerlo è un perfezionamento dell’anima. Ma ci credo? Ci credo sul serio? Voglio dire, posso andarmene servendomi del concetto di anima spifferato dal tufo della torre? Forse un metodo vale l’altro. E’ sufficiente affidare il corpo a uno scopo innocente. Non posso fare altro. E ho già la fretta di uno spettro che vuole ritornare sui suoi passi…
L’autrice
Wanda Marasco è nata a Napoli, dove vive. Ha ricevuto il Premio Bagutta Opera Prima per il romanzo L’arciere d’infanzia (Manni, 2003) e il Premio Montale per la poesia con la raccolta Voc e Poè (Campanotto, 1997). I suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco e greco. Il genio dell’abbandono (Neri Pozza, 2015) è stato selezionato per il Premio Strega 2015 e portato in scena dal Teatro Stabile di Napoli per la regia di Claudio Di Palma. Nel 2017, sempre per Neri Pozza. è uscito il romanzo La compagnia delle anime finte, arrivato finalista al Premio Strega.
